L’Exit Strategy per uscire dall’emergenza sanitaria

Comincia a essere tempo di riflessioni su come si è affrontato, dal punto di vista sanitario, l’emergenza pandemica da coronavirus. È evidente che la reazione e la gestione dell’emergenza ha avuto modi e tempi diversi e ciò è determinato dal fatto che la gestione della sanità in Italia è affidata quasi esclusivamente alle Regioni. I risultati negativi della Lombardia e del Piemonte sono davvero sotto gli occhi di tutti e sicuramente quelli sono esempi da prendere in considerazione come altamente negativi e da evitare.

Non si pensi che la mia sia una considerazione di ordine politico perché quelle due regioni sono a guida leghista. La regione Veneto ha affrontato l’emergenza sociale sanitaria provocata dal Coronavirus con una strategia che ha consentito di contenere gli output negativi dell’epidemia rispetto ad altre regioni italiane. Merito soprattutto di un riferimento scientifico e medico di tutto rispetto che ha spinto quegli amministratori regionali a muoversi per il meglio.

Oltre alla diversa distribuzione e densità della popolazione, che rappresentano, nelle evenienze epidemiche , circostanze di non secondaria importanza, sono risultate determinanti la efficace organizzazione della assistenza sanitaria nel territorio e la maggiore disponibilità dei tamponi oro-faringei, strategicamente predisposta anzitempo ad opera del direttore del dipartimento di medicina molecolare della Università di Padova.

Quest’ultima misura ha consentito di testare un’ampia moltitudine di individui, tra i quali anche asintomatici o poco sintomatici portatori del virus: in questo modo si sono individuati precocemente i soggetti infetti, che sono stati tempestivamente isolati, si sono potute assicurare cure a domicilio nei casi lievi, evitando di ingolfare i reparti ospedalieri e riducendo il rischio di contagio nosocomiale.

Risultati del genere non si possono conseguire senza una efficace organizzazione della rete sanitaria territoriale, la quale costituisce condizione necessaria ed indispensabile per assicurare alla popolazione un valido sistema di cure anche a livello pre ospedaliero.

Per tali motivi occorre ripensare al ruolo importante della sanità e abbandonare definitivamente, come ha già fatto questo governo, la politica di tagli trasversali; occorre trovare le risorse necessarie per attuare non solo le misure della fase 2 di questa emergenza, ma anche per potenziare e rendere più efficiente l’assistenza sanitaria del territorio nel prossimo futuro, non trascurando la corretta e puntuale esecuzione dei piani pandemici regionali.

Nella attuale fase2 si devono primariamente assicurare: maggiore disponibilità di mezzi per la medicina delle cure primarie, assicurate dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta, anche nelle loro forme associative; attivazione delle unità assistenziali territoriali, cosiddette USCA, per incrementare controlli e cure domiciliari; maggiore disponibilità ed esecuzione di tamponi per un più tempestivo isolamento degli infetti; specializzazione di ospedali dedicati al trattamento dei pazienti covid.

Nelle fasi successive occorrerà provvedere per completare il percorso di efficientamento delle attività dei distretti sanitari territoriali in tutto il territorio nazionale, in modo da poter assicurare cure ed assistenze domiciliari e/o residenziali adeguate ed uniformi in tutte le regioni.

Tra i servizi sanitari territoriali si deve prevedere la costituzione, laddove non siano già operative, di unità multidisciplinari specializzate in attività di medicina ambientale e di epidemiologia e prevenzione, indispensabili le prime per affrontare le molteplici e complesse tematiche legate alle ricadute dell’inquinamento dei nostri ambienti di vita, le seconde per programmare gli interventi sanitari più adeguati alle esigenze dei diversi territori.