IMMIGRAZIONE, PROBLEMA DA RISOLVERE

Le dissennnate politiche migratorie dei governi precedenti hanno creato un vero e proprio disastro. Oggi il Mediterraneo è un cimitero a cielo aperto e nei suoi fondali sono deposti migliaia di persone che pensavano, invece, attraversandolo di arrivare in Europa: alcune stime parlano di 30.000 morti affogati negli ultimi dieci anni.

A questi si aggiungono i morti nel deserto libico, un numero difficile se non impossibile da quantificare ma che probabilmente è ben tristemente maggiore di quello dei morti nella traversata.

La verità – ed è il punto di partenza di ogni ragionamento che si può fare su questo tema – è che quelle politiche migratorie hanno creato un vero e proprio business.

L’hanno creato in Libia in cui i vari signorotti della guerra presenti – promossi sul campo dal precipitoso abbattimento del regime di Gheddafi senza aver previsto alcuna seria alternativa che portasse ad un vero e proprio Stato democratico – hanno messo su dei veri e propri centri di raccolta di migranti che hanno costituito i serbatoi di una migrazione verso le nostre coste, serbatoi che sono stati aperti o meno a seconda se i governi di questa parte del Mediterraneo hanno inviato oppure no consistenti pacchi di denari,  il più delle volte convertiti in armi destinate alle guerre intestine che purtroppo segnano quella parte dell’Africa settentrionale

Collegato con quello precedente è il business dei “traghettatori”, uomini senza alcun scrupolo che hanno creato una vera e propria mafia alimentata da un fiume di denaro: da tre  a dieci miliardi di dollari l’anno, un traffico che è secondo solo a quello della droga. Alcune inchieste della magistratura di Catania e di Agrigento confermano che la tratta degli esseri umani porta alla Libia, al Sudan, all’Egitto disegnando una rete criminale facente capo sempre alle stesse persone che non esitano a chiedere tre o quattro mila euro a testa per ognuno di quelli che stipano nei famigerati barconi dove mettono centinaia, a volte migliaia di persone. E non è escluso, anzi è del tutto possibile, che una parte di questi soldi sia destinata alla sanguinosa guerra portata avanti dall’Isis e da Boko Haram.

Il business non si ferma però con lo sbarco nei nostri porti. Anzi qui continua ad alimentarsi con la cosiddetta rete di accoglienza, non sempre disinteressata ma piuttosto alimentata dai fondi statali ed europei. I vari centri – di prima, di seconda, di terza ma spesso defintiva accoglienza – sono diventati i crocevia dello smistamento di un fiume di denaro quasi mai speso per le esigenze del migrante. Il quale migrante spesso è lasciato all’alienazione senza alcuna vera e propria assistenza tesa ad una qualche forma di integrazione.

E poi c’è il mercato del lavoro nero a cui sono destinati queste persone. Pochissimi euro l’ora per lavori per lo più pesantissimi – nelle campagne, nelle concerie, nelle costruzioni – senza che nessuno veramente abbia mai controllato. Per non parlare poi del fiorentissimo mercato della prostituzione che ha trovato nuova linfa nelle giovanissime ragazze provenienti dall’Africa, costrette a prostituirsi con metodi a dir poco disumani.

Su questo quadro si innescano le politiche dell’immigrazione portate avanti da questo governo. Si tratta di stroncare un giro di malavita organizzata che, a tutti i livelli, piega uomini e donne ai propri interessi e risucchia un fiume di denaro che nel totale è perfino difficile immaginare.

Con queste politiche si vogliono evitare i morti in mare e nel deserto libico. Nei paesi di partenza si deve sapere che partire è pericolosissimo, che le probabilità di essere soggetti a violenze e di morire sono altissime. Occorre far capire che i soldi dati agli scafisti potrebbero non essere mai recuperati e che le famiglie di quelli che vanno via sono soggette ai ricatti più biechi che mettono in pericolo di vita chi resta se non si paga.

Esiste poi il famoso capitolo Europa. Ci siamo accorti – se ancora alimentavamo speranze sul contrario – che l’Unione Europea non esiste se non come intreccio di interessi economici e finanziari. A Bruxelles si può parlare di tutto tranne che di collaborazione e di cooperazione. Vergognosi accordi firmati nel passato – scambiati con qualche lieve concessione dal punto di vista dei bilanci – hanno messo l’Italia in una posizione difficilissima. Il resto dell’Europa non vuole risolvere questo problema semplicemente perché, grazie a quei accordi, la vicenda non lo riguarda. Nella teoria a giugno tutti i paesi europei hanno accettato il principio che chi mette piede in Italia mette piede in Europa e quindi a quel livello deve essere gestito il migrante. Nei fatti però nessuno vuole effettivamente collaborare con l’Italia su questo fronte. Gli altri paesi usano sistemi durissimi per garantire l’impenetrabilità dei propri confini ma poi sono pronti a puntare il dito sull’Italia. L’esempio della Francia e della Spagna valga per tutti.

La vicenda della “U. Diciotti” – se estrapolata da questo contesto – perde della maggior parte del proprio valore e significato. Intanto va precisato che la nostra Guardia Costiera ha compiuto il suo dovere, avendo sempre come riferimento la tutela del naufrago. Anche nei giorni successivi il comandante ha seguito un preciso protocollo che garantisce la salvaguardia della salute di chi è stato salvato.
Spiace vedere,invece, la passarella fatta da membri dell’opposizione, proprio di quella parte che recentemente è stata maggioranza che ha del tutto dimenticato le proprie responsabilità in questo tema. Ci troviamo oggi a combattere una situazione divenuta ingestibile per colpa di chi ha sottovalutato il fenomeno, di chi ha gestito la migrazione solo come business, di chi non ha portato avanti vere politiche di integrazione. Tutte persone che oggi dovrebbero avere il pudore di rimanere in silenzio e che invece vanno in tv a dare lezioni. Senza alcuna vergogna.

Ora che tutti i migranti salvati dalla nave della Guardia Costiera sono scesi dopo aver trovato una soluzione, bisogna riparlare con l’Europa, mettere gli altri partners davanti alle proprie responsabilità, scontrarsi con la loro ipocrisia. Forse se si comincia a discutere sul piano dei soldi e delle contribuzioni che l’Italia deve ogni anno all’Unione magari troveremo finalmente ascolto.

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