Il divieto della pubblicità al gioco d’azzardo nel Decreto Dignità

Nei prossimi giorni, il governo emanerà il cosiddetto Decreto Dignità, un pacchetto di riforme con il quale si vuole dare contenuto alle idee di cambiamento che hanno caratterizzato la formazione di questo esecutivo.

Una delle misure in esso contenuta sarà sicuramente il divieto di pubblicità al gioco d’azzardo. Ad alcuni è sembrato una misura minore ma il Movimento 5 Stelle, con a capo il proponente del provvedimento Luigi Di Maio, lo considera uno snodo fondamentale in quanto indicativo di un modo di pensare e di agire: si lavora nell’esclusivo vantaggio dei cittadini, in particolare di quelli che hanno meno risorse e maggiore bisogno di emanciparsi.

Quando si parla di gioco d’azzardo niente vale di più che i numeri. Nel 1997 i cittadini italiani spendevano 17 miliardi di euro (attualizzati ai valori di oggi) per il gioco. Venti anni dopo la cifra è quasi sei volte tanto, oltre 96 miliardi di euro. Fatto qualche conteggio siamo oltre il 450%, in un periodo in cui – tanto per fare dei raffronti – la popolazione è cresciuta del 10% e il Pil meno del 50%.  Sono risorse immense che sono sottratte all’economia e ai bilanci familiari. Ed è una delle ragioni per cui l’Italia non cresce e non riesce ad uscire definitivamente dalla crisi economica come hanno fatto gli altri paesi europei. Va sottolineato e stigmatizzato che l’Italia è il primo Paese europeo nel gioco d’azzardo e il terzo al mondo: la cifra impegnata pro-capite è di 16.000 euro.

Ma non è tutto. Diverse ricerche sul settore hanno evidenziato come i soggetti che più ricorrono al gioco d’azzardo abbino un profilo di bassa istruzione e di basso reddito, in particolare sono molti i pensionati che cadono in quella malefica rete. In molti l’hanno definita la tassa dei poveri, un’imposta per di più regressiva perché l’impatto di 100 euro su chi guadagna 1000 euro è molto più pesante di chi ne guadagna il doppio.

Si potrebbe dire molto semplicemente e consigliare a chi gioca di non farlo più. Ma è la stessa cosa che chiedere di smettere di fumare o di drogarsi. Il gioco è una vera e propria dipendenza da cui è difficile uscire anche perché – rispetto alle altre citate dipendenze – nessuno è disposto ad aiutarti.

In quest’ottica entra in gioco proprio la pubblicità. Ormai ha invaso tutti i canali di comunicazione di massa ed è diventata particolarmente aggressiva con l’avvento di Internet con il quale è possibile giocare somme ingentissime con un semplice click sul telefonino, permettendo di fare ciò anche ai minorenni, altri soggetti deboli che spesso cadono in questa trappola.

Negli ultimi anni gli investimenti nel settore sono sempre più aumentati. E sempre più soldi andranno distolti alle attività utili per il progresso del Paese. Il provvedimento che sta per essere emanato su iniziativa di Luigi Di Maio e del Movimento 5 Stelle rappresenta un indubbio pericolo per questa attività. Se ne sono sicuramente accorti i proprietari dei grandi centri scommesse che stanno cercando di esercitare un’azione di lobbying nei confronti del governo. Oggi  Niklas Lindhal – rappresentante legale di una società svedese di gioco d’azzardo – ha comprato sul Corriere della Sera un’intera pagina dove ha inserito una lettera aperta a Luigi Di Maio chiedendogli di non varare il provvedimento. Luigi, convintissimo dell’utilità di questo decreto ha risposto compiutamente; la risposta la trovate in un link nella mia pagina di Facebook. Ne voglio riportare solo un pezzetto.

La nostra Costituzione mette la persona al centro e recita che : “è compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Per me l’azzardopatia è un ostacolo ed è mio compito rimuoverlo e abbiamo individuato il divieto della pubblicità all’azzardo come strumento. Non torneremo indietro. Anzi: se come credo riscuoteremo successo, proporrò che la stessa legislazione venga applicata in tutti i paesi dell’Unione Europea.

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